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L’Ayahuasca, un libro e un incontro

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Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di imbattermi nel bellissimo libro “Yagé, El despertar de Leo”, sui rituali degli indigeni dell’Amazzonia, di Juan Camilo Medina, scrittore, guaritore ed esperto di sciamanesimo. Fin dalle prime pagine, dato quanto mi stava entusiasmando e commuovendo il libro, ho pensato che sarebbe stato fantastico incontrarlo ed intervistarlo.

Il libro capitò tra le mani mentre vagavo tra gli scaffali del “El Arcano” un’incredibile libreria di Bogotà, specializzata in testi esoterici. Amo questo luogo perchè gran parte della mia crescita personale iniziò proprio li. Li comprai il bellissimo “Mani di luce” di Barbara Ann Brennan, li comprai “La alegria de vivir” del lama tibetano Younguey Mingyour Rinpoché ed infine li conobbi Laura, una mia grande amica che ha in comune con me il segno zodiacale, l’ascendente, il fatto di essere musicista, di cantare, meditare, scrivere canzoni, praticare yoga e mille altre cose: una serie di segnali non indifferenti! E dato che i segnali (come mi insegnò “L’alchimista” di Paulo Coelho) vanno seguiti, decisi di tornare alla libreria trovandovi, appunto, questo libro sul Yagé, una potente medicina indigena nota anche come Ayahuasca. Non appena lo presi in mano sentii che possedeva un’incredibile forza magnetica, non sapevo spiegare esattamente cosa mi attraeva, ma sentivo che mi stava dicendo: “comprami!” Decisi di ubbidire e lo comprai.

Subito la prima scena ti trascina in uno degli inferni che sono costretti a vivere alcuni bambini qui in Colombia: il padre che si spara alla tempia di fronte a lui ed ai suoi fratelli riuniti per festeggiare il compleanno. Non avendo le possibilità di occuparsi di lui, la madre lo affida ad un orfanotrofio delle periferie di Bogotà, in cui per anni subisce ogni tipo di violenza e da cui scappa, ormai tredicenne, dopo aver ferito gravemente un “educatore” che voleva abusare di lui. Giunto al quartiere Las Cruces, dove spera di trovare la madre, scopre che questa si è tolta la vita gettandosi da un ponte. Inizia a quel punto a vivere per la strada, raccattando avanzi di cibo dalla spazzatura e diventando dipendente dal Bazuko, una terribile droga derivata dagli avanzi della lavorazione della cocaina. Trovandosi un giorno ad assistere a un furto ai danni di una studentessa universitaria, due criminali che la assaltano armati di coltello, vede inconsciamente l’opportunità per porre fine alla sua misera esistenza: si mette in mezzo per difenderla, ma finisce accoltellato ben diciassette volte.

Quando si sveglia, si ritrova però in una clinica di lusso. Nadeska, la ragazza a cui ha salvato la vita, è figlia di un importante medico: lo fa curare e per ben tre mesi lo visita tutti i giorni. Resasi conto della sua dipendenza dalla droga, Nadeska gli parla del Yagé e di come questa potente medicina abbia curato tante persone da malattie fisiche, psichiche e persino dalla dipendenza dalla droga. Inizia cosi un lungo viaggio in Amazzonia, il processo di guarigione e l’inizio di una nuova vita. Oggi Juan Camilo Medina ha 33 anni, è laureato, ha scritto due libri, è un esperto di PNL e da conferenze in tutto il paese.

Il suo percorso di vita mi ha commosso ed emozionato: nel suo processo di guarigione ho rivisto il mio, le ferite della scomparsa di mio fratello e di mio padre, che grazie a una nuova comprensione di me stesso e del mondo hanno iniziato a rimarginarsi. Mi ha aiutato a capire che dietro alle persone che vivono per la strada qui in Colombia c’è una storia, ci sono migliaia di storie, intense e tristi, storie simili a quelle dell’immigrato che pulisce i vetri al semaforo e che magari fa scocciare, a quella dell’africano che cerca in tutti i modi di vendere l’accendino ed a cui tante volte ho detto no, anche se quell’accendino avrei potuto comprarlo. Mi sono chiesto se veramente posso GIUDICARE chi è nato in una situazione più disagiata di me, perché grazie al racconto di Camilo ho visto chiaramente che sono le circostanze in cui uno nasce e cresce a determinare gli errori che si commettono nella vita.

Per tutto questo mi sono deciso a contattare Juan Camilo Medina. Non avevo la più pallida idea di dove iniziare, ed avevo pure un po’ di timore, ma ho deciso comunque di LANCIARMI. Ho iniziato a fare domande qua e là e dopo un po’ di insuccessi, tramite un amico, ho trovato un indirizzo e-mail. Ho scritto proponendo di realizzare un’intervista e dopo soli due giorni ho trovato la seguente, breve ma per me emozionante, risposta:

Ciao Elvio, ho letto il tuo blog. Certo, possiamo incontrarci.

Camilo.”

E cosi sono andato a Neiva, nella regione del Huila, nel sud della Colombia, dove Camilo attualmente risiede. Ho passato quattro splendidi giorni ospite nella sua casa in mezzo alla natura dove scrive e cura tramite il sapere ancestrale che ha appreso dai maestri della guarigione indigena, ed oltre all’intervista è nata tra noi una vera e propria inaspettata amicizia. Sono stati quattro giorni di risate, schiamazzi, riflessione, giri sulla moto per andare a visitare i suoi pazienti disseminati in tutti i quartieri della ardente Neiva, la cui temperatura non scenda mai sotto i 30 gradi. Abbiamo meditato insieme, siamo andati a tuffarci e nuotare nel fiume e sono stato pure invitato al compleanno del padre, a cui ho suonato un paio di canzoni.

Ma…un momento. Ho detto “padre”?
Si, ho detto padre. In realtà, infatti, la storia narrata nel libro è un racconto di fantasia.

Se provate a tornare indietro e rileggere questo post, vedrete che da nessuna parte ho scritto che i fatti sono accaduti a Juan Camilo. Un piccolo inganno per rispettare l’ordine in cui sono andate le cose: quando ho letto il libro (scritto in prima persona), ha ingannato anche me! Ed anche più di un giornalista, la cui prima domanda nelle interviste era: per davvero ti è accaduto tutto quello che hai scritto?

Non gli è accaduto, ma c’è un fondo di verità. Essendo stato adottato, il suicidio dei genitori è una metafora che rappresenta la morte del ruolo, la rinuncia al dovere e alla gioia che l’essere genitori comporta. Anche il racconto dell’orfanotrofio è basato su una terribile storia vera. Prometto di raccontare tutto molto presto. Ci sono due ore di materiale audio e video da ascoltare, tradurre e trascrivere: ci vorrà tempo ma ne varrà la pena: per otto anni Camilo ha frequentato gli sciamani (in Colombia chiamati “Taita) accumulando una conoscenza e una saggezza veramente profonda. Ne vedremo delle belle.

Da Neiva il mio viaggio è poi proseguito verso il Deserto del Tatacoa. Dopo una bellissima notte sotto un cielo incredibilmente stellato tornai a Neiva per poi andare a Girardot, città fluviale sul fiume Magdalena e da qui al paesino di Carmen de Apicalá, per poi rientrare a Bogotá. Ci tengo a scriverlo perché voglio che nessuna di queste esperienze vada perdute, per lasciare nero su bianco un promemoria che mi ricordi di parlarne.

Elvio

La libreria Esoterica “El Arcano” a Bogotà

Libreria esoterica

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Casa di Juan Camilo Medina a Neiva

Ecosana, Neiva, Colombia

La sala delle terapie

Ecosana, Neiva, Colombia

Ecosana, Neiva, Colombia

Il deserto della Tatacoa

Deserto del Tatacoa, Huila, Colombia

Girardot, la città sul Fiume Magdalena

Girardot, la città sul Fiume Magdalena

Tramonto a Carmen de Apicalà

Tramonto a Carmen de Apicalà

Io e Juan Camilo

Elvio Rocchi Juan Camilo Medina

Elvio Rocchi Juan Camilo Medina

Arrivederci al prossimo Spiraglio

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5 comments

  1. bellissimo incontro e bellissime foto!

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  2. mi permetto di consigliarti anche L’olocausto degli empobrecidos o Canto l’uomo o Ai confini di Dio di Fausto Marinetti. Ciao 🙂

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  3. Se vuoi avere un piccolo assaggio di chi è, leggi nella mia categoria lettere da uno zio a una nipote…

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  4. Pingback: Italiani in Colombia: Elvio da ingegnere a blogger - InColombia.it

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