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Colombia, la lunga strada verso i Caraibi

Un saluto a tutti e benvenuti al quinto spiraglio!

Prima di addentrarmi nelle peripezie del viaggio, ci tengo a chiarire che scrivo della Colombia a causa di un motivo per me speciale. Da ormai sette anni è iniziato un processo di cambiamento profondo di cui ho già accennato e parlerò sempre di più nel blog.

In questo percorso un “vecchio me stesso” ha ceduto sempre di più il passo a uno “nuovo” che Vive la vita in modo più pieno. 

Ed è stato in Colombia che questo processo ha subito un’accelerazione: proprio qui, infatti, ho compiuto alcuni passi fondamentali per avvicinarmi al me stesso che voglio essere. Partiamo col viaggio ma…prima…ti chiedo un velocissimo mi piace su questo post…

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Fatto? Andiamo!

Pochi giorni dopo l’arrivo a Bogotà (il racconto nel quarto spiraglio… puoi leggerlo cliccando qui) iniziò il viaggio verso nord, direzione: mar dei Caraibi.

In Colombia non ci sono linee ferroviarie ed è una buona abitudine svegliarsi di buon mattino, abitudine che là si chiama “madrugar” (…grazie a quello iniziai a “guarire” anni di insonnia e vita sregolata da musicista, amante della notte…) quindi: sveglia alle cinque e partenza in autobus!

E a proposito (di cinque del mattino LOL) parliamo del fuso orario in Colombia: sono ben sette ore di differenza rispetto all’Italia. Ad essere precisi ci sono sette ore quando in Italia c’è l’ora legale sei ore quando c’è quella solare. Un bel fuso orario eh? Diciamo che abituarsi quando arrivi…e riabituarsi quando si torna non è proprio immediato. Ma si fa. Proseguiamo! 

Prima tappa: Chiquinquirá. 

Ricordo: un gran sole nella piazza, la banana mangiata seduto su una panchina e un caffè in un bar. Bar in cui i tavoli vicini al nostro già alle otto di mattina tracimavano di allegria e bottiglie di birra vuote. Tipica abitudine di questa regione – spiegò la mia ragazza – i camerieri non le ritirano perché è una sorta di VANTO. La regione è quella di Boyacà e la ragazza beh…lei era il motivo per cui mi trovavo in Colombia.

Finito il caffè, finito di guardare i tavoli sempre più pieni di bottiglie di birra, ripartimmo, destinazione: Villa de Leyva.

Nella vita non sai mai cosa ti aspetta: mai e poi mai avrei potuto prevedere che quello sarebbe diventato il luogo che più di ogni altro avrei amato al mondo, e in cui sarei poi tornato ogni qualvolta possibile per sfuggire al caos di Bogotà.

Villa De Leyva è un incantevole paese in stile coloniale, con una delle piazze più belle che io abbia mai visto. Turistico ma tranquillo, si trova a 2000 metri di altitudine (…ricordiamoci che siamo vicino all’equatore!) ed ha il miglior clima che io potessi desiderare: fresco ma non troppo, sufficientemente caldo di giorno da permetterti maglietta a maniche corte in tutti i periodi dell’anno.

Nei dintorni, raggiungibili in bici: un deserto (il deserto della Candelaria), una laguna (il “santuario della natura” di Iguaque), una cascata dove si può fare Canopy (lanciarsi da una montagna attaccati a una carrucola che scivola su una fune, si chiama “La Periquera”), il bel paesino di Raquira ed il fantastico Osservatorio Astronomico Muisca. 

Può bastare???

Il primo giorno il padrone di casa ci prestò due bici e con quelle andammo a visitare proprio l’Osservatorio, luogo di culto dei Muisca, antico popolo precolombiano.

Lungo la strada ci fermammo in un punto panoramico e per la prima volta soli, lontani dalla città e dopo tanti mesi di comunicazioni a distanza, ci ritrovammo a chiacchierare di tutto. Parlammo anche di energie cosmiche e di come molte culture antiche considerano l’esistenza di un micro e di un macrocosmo, un principio che unisce tutto.

Rinvigoriti dalla pausa e dalla bellezza di tutto ciò di cui avevamo parlato, raggiungemmo infine l’Osservatorio e fu lì che accadde una cosa piuttosto singolare. C’erano dei cartelli che spiegavano la visione del cosmo del popolo Muisca.

Fu sorprendente vedere che riportavano gli stessi concetti di cui avevamo appena finito di parlare. Ormai da qualche anno nella mia vita, avevano iniziato ad accadere episodi di sincronicità, ma nei nove mesi colombiani, l’intensità e la precisione di questi sfiorò il miracoloso.

Ma lasciamo parlare le immagini. Ecco il centro di Villa de Leyva:

 

VILLA DE LEYVA

 

Amo tremendamente queste strade e le case in stile coloniale, amo i periodi di festa in cui si riempiono di persone, ma amo anche il loro svuotarsi e divenire silenziose gli altri giorni, e la notte.

Ci tornerò, così come ne parlerò ancora sul blog.

(aggiornamento settembre 2016: e difatti ci sono tornato eccome, nell’ultimo viaggio ci ho vissuto per ben tre mesi!!!

La tappa successiva fu San Gil. 

Situata nella regione di Santander, 40 mila abitanti, si trova a circa 1000 metri di altitudine…e vale la pena ricordare che a 1000 metri in Colombia inizia a fare CALDO, soprattutto quando batte il sole.

San Gil è inoltre molto conosciuta in tutta l’America Latina per la possibilità di praticare sport estremi. Da citare il vicinissimo Parco del Chicamocha in cui…beh…i brividi non mancano di certo!

Ah, e comunque…non ho ancora detto che sono un motociclista. Ovunque vado nel mondo non posso resistere dal cercare una moto.

A Villa de Leyva l’avevo QUASI trovata quando….ahimè, la mattina dopo ci è toccato ripartire. Così a San Gil mi misi nuovamente alla ricerca. “Que pena, disculpen, saben a donde arriendan motos?” 

Niente da fare. Buono il cibo, bello il clima, viva la città, fantastico l’ostello, ma della moto nessuna traccia. Fino a che, in un negozio mi indirizzarono da un tale detto el paisa (i Paisa in Colombia sono gli abitanti di Antioquia, la regione di Medellin)…un gentilissimo signore mi accompagnò con la sua, di moto, ovviamente con una guida un po…ehm….così così…e rigorosamente senza casco.

Ancora ricordo un attraversamento di cani che ebbero la buona idea di azzannarsi in mezzo alla strada, mentre lui gli sfrecciava in mezzo a tutta velocità. Ma el Paisa non ne volle sapere, sosteneva che la mia patente internazionale (…70 euro…) non era valida. Valida lo era eccome…ma lui non lo sapeva e quindi, niente moto!

Dopo il rifiuto del Paisa la seconda indicazione era El Tigre. El Tigre era un tizio che a quanto pare, possedeva varie moto. E vai, alla ricerca del Tigre!

Dopo i soliti giri a vuoto (la mia ragazza, che era rimasta ad aspettarmi, non era esattamente tranquilla sapendomi in giro con uno sconosciuto e vedendo che non tornavo…), alla fine andiamo direttamente a casa del Tigre e lo troviamo più o così, lasciatevi trasportare ed immaginate la scena: appartamento buio, silenzio, un ragazzo ci fa entrare attraverso un corridoio fino a una camera da letto. Qui, sdraiato sul letto alle prese col mal di testa, giaceva niente poco di meno che…lui: El Tigre.

Dall’oscurità che lo avvolgeva emerge una voce che assomigliava più o meno a quella di Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti”il che iniziava a farmi temere di trovarmi nel classico posto sbagliato al momento sbagliato. E invece tutto filò liscio. Il mio accompagnatore disse timidamente qualcosa tipo Scusi Signor Tigre, questo ragazzo italiano vorrebbe affittare una moto, lei per caso ne avrebbe una? Dalle tenebre emerge un grugnito che dice che forse si, forse no e mi dice di segnarmi un numero e di chiamare la mattina dopo. È fatta, pensai.

Chiamò la mia ragazza, che non poteva credere che avesse veramente quella voce…stupendo…per almeno un paio di mesi le chiesi di farmi l’imitazione del Tigre quando volevo farmi due risate….già…divertente ma…niente moto! Pazienza.

Per consolarmi acquistai una macchina fotografica, è grazie a questa se da questo momento ho qualche scatto da mostrare, ad esempio questa colazione:

 

colazione san gil

 

La frutta verde spalmata sul pane è Avocado, quella arancione si chiama Granadilla e poi come non notare la gustosissima Arepaquella sorta di mezza ciambella che appare in entrambi i piatti.

L’Arepa è una vera e propria specialità in Colombia, si trova un po ovunque, in genere a prezzi modici. E’ a base di farina di mais e in ogni regione viene preparata con una ricetta diversa. Se ben ricordo, a San Gil era col formaggio.

Alloggiammo al Sam’s Vip Hostel consigliatissimo sia per i prezzi che per due ragioni che convincerebbero qualsiasi viaggiatore zaino in spalla (e non): una bellissima terrazza inondata dal sole (da lì la foto della colazione) e una piscina circolare sul retro.

La simpaticissima receptionista Johana, che tra i tanti incredibili casi della mia vita colombiana incontrai qualche mese dopo nell’ostello in cui lavoravo a Bogotà (….Bogotà ha qualche centinaio di ostelli e otto milioni di abitanti….) saprà sicuramente mettervi a vostro agio.

Nel prossimo articolo racconterò dei meravigliosi sei giorni a San Gil e dintorni e del viaggio fino alla città di Santa Marta e alla perla dei Caraibi colombiani: l’incredibile Parque Tayrona.

p.s. se qualcuno di voi avesse letto l’articolo “L’importanza del non giudizio” di questo blog, quello sul signore col cappello…beh, guarda un po’, proprio ora mentre sto per pubblicare questo articolo ho alzato gli occhi ed è qui, seduto a un tavolo vicino al mio…

p.s.2…mi è giunta voce che non hai ancora dato mi piace a questo post? Se è cosi ti chiedo di ripagare l’impegno messo per scriverlo…è un velocissimo gesto! E ti ringrazio in anticipo….

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Arrivederci al prossimo spiraglio

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5 comments

  1. Sono stata un po’in Colombia anche io grazie a questo articolo e alle bellissime foto.
    Giulia

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  2. Peccato che non hai parlato del Hostal La Mara…:)

    Rispondi
  3. Pingback: Phil, dal giro del mondo al Gran Sasso – Spiragli di Luce

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